Dec 30 2015

Sorveglianza, hacker, privacy, diritti: di cosa ho scritto nel 2015

Online_Privacy_and_the_Founding_Fathers

Ho raccolto qua una selezione di articoli che ho scritto nel 2015. Non sono tutti ma rappresentano abbastanza quello di cui mi sono occupata, come cronista, in questo anno (in cui ho avuto l’onore di ricevere un premio dalla Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili sul tema delle libertà civili come giornalista).

Così il tuo smartphone sa tutto di te, e del tuo futuro

Hacker, intelligence, propaganda: la difficile caccia all’Isis online

Taglie, broker, Stati: chi sono i mercanti di attacchi informatici

PlayStation, Bitcoin, app: così Internet è diventata il capro espiatorio di Parigi

L’irresistibile ascesa delle droghe in Rete

Silk Road: fine della strada

Sulla saga Hacking Team:

E poi ancora:

La Rete è in guerra: e il giornalismo sarà la prima vittima #ijf15

Così l’UK spierà l’attività online degli utenti

La sentenza della Corte Ue sulla privacy spiegata in 10 punti

Perché la serie tv Mr. Robot fa impazzire gli hacker

Venduto 4chan, il forum più controverso e prolifico del Web

Mamma, devo fare i compiti di coding

 

 


Aug 7 2014

Jeremy Hammond, il più noto attivista di Anonymous, parla dal carcere

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Qualcosa che non possono portarci via mai: la nostra determinazione, i nostri principi, le nostre passioni. Cose che valgono di più di una temporanea perdita della libertà“.

A parlare, in una intervista esclusiva ad Al Jazeera, è Jeremy Hammond, l’attivista di Anonymous/Lulzsec condannato per l’hack dell’agenzia di intelligence Stratfor (che ha alimentato un corposo leak di Wikileaks, i Global Intelligence Files) a ben 10 anni di carcere (di cui ho scritto qui e anche nei mie due libri, incluso Deep Web). Una “temporanea perdita della libertà” il cui solo pensiero farebbe impallidire molte persone.

Hammond, attivista anche nella vita offline, anarchico, ribelle, ambientalista, parla della sua vita in prigione, ma anche di quello che stava facendo prima di finire in carcere. Curioso come il giudice che l’ha condannato lo abbia dipinto come uno che hackerava per il gusto di creare “caos”, e non perché avesse delle motivazioni politiche o ideali. E una simile analisi psicosociologica deriverebbe dal linguaggio usato da Hammond nelle chat, dall’impiego di termini come “mayhem”, appunto caos. A dimostrazione della totale incomprensione del modo di pensare, relazionarsi e parlare, specie online, della generazione uscita da 4chan e la Rete.


Jul 21 2014

An Interview with Crypt0nymous On Operation Maryville

Last week a crowd of a few hundred people gathered at the courthouse square in Maryville, Missouri, along with dozens of reporters and a few people adorned in Guy Fawkes “Anonymous” masks. The international spotlight on this tiny college town would have been unthinkable even ten days earlier. Demonstrators, both in the streets and online, were supporting a teenage girl whose alleged rapist walked out of court without a single charge. Those protesting believed prosecutors dropped the charges because the suspect, a 17-year-old football player, was the grandson of Rex Barnett, a former state legislator.

Daisy Coleman, the alleged rape victim, has since spoken out openly through a number of T.V. interviews and web postings. She says that she was pressured to drink large amounts of alcohol by the young Barnett one night in January 2012 and then was subsequently raped. At the time she was 14. She was found the next morning unconscious on the the doorstep of her home dressed only in a t-shirt and sweatpants in 22 degree weather. Seven hours later at the hospital her blood alcohol level was still at 0.13, over six times the legal limit in Missouri for minors under 21. According to police, the boy confessed to the sexual encounter but said it was consensual. The charges were later dropped due to “a lack of evidence.”

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Jul 21 2014

Anonymous, tutti i retroscena dell’operazione Tango Down

(articolo novembre 2013)

Molte le novità emerse sull’inchiesta che ha portato a denunce, arresti e all’accusa di associazione a delinquere per alcuni hacktivisti italiani. Ecco cosa abbiamo scoperto

Nessuno voleva guadagnaraci. È questo uno dei dati più interessanti emersi dall’ inchiesta che lo scorso maggio ha portato a una serie di arresti e di perquisizioni di presunti membri di Anonymous. Già, perché allora l’immagine che era circolata sul gruppo era ben diversa: una banda che aveva scalato i vertici del movimento di hacktivisti, approfittando della sua notorietà, per creare problemi ad aziende e porsi come soluzione; un manipolo di cybercriminali che sfruttavano il logo di Anonymous per guadagnarci.

Era l’alba del 17 maggio 2013, quando scattava il più importante giro di vite su Anonymous mai effettuato in Italia. L’operazione Tango Down, condotta dal Cnaipic (Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche) e dalla procura di Roma, portava alla perquisizione di 10 persone sparse in tutta Italia, e al sequestro di materiale informatico di tutti i tipi (perfino di libri come Inside WikiLeaks). Per quattro erano anche scattati gli arresti domiciliari. Per tutti, l’accusa di associazione a delinquere.

Non c’era scopo di lucro
Bene, oggi, alla luce degli atti d’indagine, possiamo dire che quell’immagine di consorzio criminale non corrispondeva al vero. Le dieci persone in questione sono state indagate – ai quattro arrestati è stata revocata nelle scorse settimane la misura cautelare – per una serie di violazioni informatiche di matrice hacktivista.

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Jul 21 2014

Caso Anonymous, l’ombra Sismi

Dall’inchiesta emerge la figura molto ambigua di uno degli indagati, che aveva contatti con i servizi segreti. Il suo avvocato, Carlo Taormina, lo conferma. E nella “banda” messa ai domiciliari è stata fatta un po’ di confusione tra veri attivisti e infiltrati

Polizia postale e Symantec contro uno stuolo di ragazzi pronti a violarne le infrastrutture. Penetrare in sistemi, rubare codici, modificare siti. Gli uni contro gli altri armati. È successo giovedì alla Sapienza di Roma, durante una esercitazione, anzi, una vera e propria gara, la Cyber Readiness Challenge, in cui studenti universitari e anche qualche IT manager erano invitati a sfidare una serie di sistemi allestiti appositamente dalla nota multinazionale della cybersicurezza insieme al Cnaipic, il Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche. Con tanto di classifica per i più bravi. Ma se qui i più valenti vengono elogiati, fuori da quelle mura chi viola davvero siti statali e di aziende rischia il carcere. E nelle stesse ore in cui gli studenti si preparavano alla sfida simulata, fuori altri ragazzi, della stessa età, attaccavano a muso duro le istituzioni.

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Jul 21 2014

Anonymous Italia: rivoluzionari, criminali, cyberterroristi o eroi?

(articolo luglio 2013)

Chi sono e cosa vogliono i membri di Anonymous? Ecco la loro versione dei fatti su Wired di luglio

Phate Lucas è appena entrato nella chat di  Anonymous Italia.  “Bannatelo”, impreca un utente che lo vuole sbattere subito fuori.  “Perché?”, domanda il diretto interessato.  “Il nome”, replica un altro. Già, il nickname. È il 19 maggio 2013 e due giorni prima c’è stata una retata coordinata dal Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche della Postale e dalla Procura di Roma: 4 arresti ai domiciliari; 6 indagati a piede libero; 10 perquisizioni con le persone buttate giù dai letti all’alba; sequestro di computer, chiavette, telefonini, hard disk.

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