Nov 27 2014

Una campagna per demonizzare i social network?

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C’è una campagna coordinata dei governi UK e USA per demonizzare i social media facendoli passare per “fiancheggiatori” dei terroristi nel momento in cui non agiscono, attraverso un controllo preventivo, sulle comunicazioni o i dati relativi ai loro utenti, sostiene il giornalista Glenn Greenwald, già vincitore morale (attraverso la testata Guardian) del Pulitzer per gli scoop sul Datagate.

L’obiettivo di questa campagna sarebbe fermare il cambio di rotta preso dalle maggiori aziende tech dopo lo scandalo delle rivelazioni Snowden quando le varie Google, Facebook ecc, dopo aver collaborato a vario titolo con la NSA, si sono rese conto del profondo danno d’immagine, e quindi di business, cui sarebbero andate incontro e sono corse ai ripari (pur non avendo risolto tutte le precedenti contraddizioni). E in alcuni casi hanno preso misure anche eclatanti, come l’adozione di sistemi di cifratura molto mal digeriti dalle aziende di intelligence, perché, pur non essendo una soluzione definitiva, mettono comunque i bastoni fra le ruote a una sorveglianza di massa e alla raccolta di dati a tappeto.

Per altro, nota Greenwald, ancora una volta, osservando il caso di un attentato avvenuto in Gran Bretagna nel 2013, ci si accorge di come questa raccolta a tappeto, bulimica, di dati e comunicazioni finisca con l’appesantire le capacità di indagine delle agenzie qualora sia necessario individuare davvero dei pericoli.

In pratica le agenzie che raccolgono tutti questi dati non capiscono bene neanche quello che mettono da parte, perché oberate, scrive ancora Greenwald, dalle comunicazioni di milioni di persone innocenti, o a spiare chi visita il sito di WikiLeaks, o ancora a infettare e dossare reti di hacktivisti (ne scrissi qua)e via dicendo.

Spero che Greenwald si sbagli e che non si tratti di una campagna coordinata ma delle reazioni convulse di un establishment che vede vacillare un sistema macchinoso e che avrebbe dovuto essere solo all’inizio. In ogni caso, è un articolo da tenere a mente, specie in tempi di ISIS. Più in generale, ogni volta che qualcuno contrappone o giustappone la sicurezza nazionale alla libertà di espressione o al diritto alla privacy, meglio alzare subito le antenne.

 


Oct 16 2014

Allerta Anticorruzione, il sito di soffiate contro il malaffare

Allerta Anticorruzione, il sito anonimo per denunciare il malaffare

Il nemico pubblico numero uno dell’Italia resta, ancora nel 2014, la corruzione. Un fenomeno endemico, capillare e difficile da contrastare perché, come ha dichiarato ancora recentemente l’ex-pm del pool Mani Pulite, attualmente giudice di Cassazione, Piercamillo Davigo, all’InsolvenzFest di Ferrara, “le attività corruttive producono situazioni assimilabili all’omertà”

Da oggi però qualcuno prova ad usare uno strumento in più per bucare il muro di gomma della corruzione, stimolando i cittadini e i dipendenti pubblici e privati a segnalare fatti illeciti. Transparency International Italia , la sede tricolore di una Ong globale nata negli anni ’90 e specializzata nella lotta alla corruzione e nella promozione di una cultura della trasparenza, ha infatti lanciato una piattaforma online per segnalare malversazioni. “ Allerta Anticorruzione – ALAC ” è un servizio web che intende raccogliere in modo anonimo e protetto le segnalazioni dei cittadini, testimoni o vittime di casi di corruzione in Italia.

Oct 7 2014

La Corea del Sud censura? Le app crypto si impennano

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Ormai è chiaro: se un governo vuole promuovere l’adozione di tecnologia innovativa tra i cittadini e una più ampia diffusione di capacità tecniche nella popolazione deve censurare qualcosa. E’ accaduto in Turchia quando Erdogan ha censurato Twitter e YouTube, provocando un’impennata dell’utilizzo di Vpn e Tor. Sta accadendo ad Hong Kong dove i dimostranti usano la app FireChat (che però non cripta ed ha dei problemi di sicurezza) per tenersi in contatto attraverso reti mesh decentralizzate e incensurabili. E avviene ora in Corea del Sud, dove la decisione della presidente Park Geun-hye di reprimere la manifestazione del dissenso online, a causa di alcuni insulti ricevuti e di false voci tese a “dividere la società” (di nuovo tornano in mente i proclami di Erdogan), ha determinato – riferisce AP –  un improvviso interesse dei coreani verso Telegram, la nota app di origine tedesca per scambiarsi messaggi criptati.

Una investigazione del ministero della Giustizia su voci ritenute infondate su governo e presidente ha portato al lancio di un team per monitorare l’informazione online. Chiunque posti o passi informazioni ritenute false rischia una incriminazione. In teoria il monitoraggio dovrebbe avvenire solo su post pubblici, non sui messaggi privati. Ma evidentemente molti coreani non si fidano, e anche a causa di alcune vicende che hanno coinvolto la piattaforma di messaging più usata Kakao Talk, temono il giro di vite sulle comunicazioni digitali.

E Telegram corre ai ripari.

Dobbiamo sperare in qualche censura nostrana per far avanzare la digitalizzazione del Paese?


Oct 2 2014

FireChat, Hong Kong e la rivoluzione degli ombrelli

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Un paese due sistemi”. L’espressione che sintetizza il delicato rapporto fra Hong Kong e la Cina continentale vale una volta di più anche per la Rete. Mentre i giovani della “rivoluzione degli ombrelli”, che da dieci giorni stanno manifestando per il centro dell’ex-colonia britannica contro la pretesa di Pechino di decidere chi possano eleggere, non sembrano intenzionati a smobilitare, anzi, chiedono a gran voce le dimissioni del governo locale, il governo della Repubblica popolare reagisce come sa fare. A partire dalla censura.

Così in questi giorni il sito di Yahoo! è diventato inaccessibile in molte parti della Cina, ha segnalato Greatfire.org, un gruppo che monitora il Great Firewall, il sistema di filtraggio cinese. Mentre, sempre nel continente, a partire dal 28 settembre saltava pure Instagram , che negli ultimi tempi era diventato molto popolare fra i cinesi, anche in considerazione del fatto che molti social network stranieri sono censurati, a partire da Facebook, Twitter, YouTube, Snapchat.

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Sep 24 2014

La cyberstrategia dell’ISIS e chi la combatte

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Lo Stato islamico continua la sua propaganda online, sfruttando poco i cyber-attacchi. Ma ecco chi lo tiene d’occhio

Lo Stato islamico è ormai noto per le sue aggressive strategie online, a partire dalla propaganda sui social media, che sono usati sia come mezzo di diffusione dei propri messaggi sia come metodo di reclutamento di giovani, specie quelli che vivono in nazioni occidentali. Ma il governo americano non è l’unico a contrastarlo, oltre che con i raid in corso in queste ore, anche nella guerra informativa portata avanti in Rete, a colpi di video e hashtag. Il fronte cyber è infatti estremamente complesso e frammentato, composto da diversi soggetti, spesso in conflitto fra loro, che in alcuni casi stanno prendendo posizione anche sulla questione Isis (o Is, o Isil che dir si voglia).

Anonymous, Syrian Electronic Army, The Jester, ma anche hacker iraniani e turchi RedHackcome si schierano e cosa stanno facendo? E, dall’altra parte, che gruppi hacker ci sonopro-Isis? Come e dove stanno reclutando? E soprattutto, al di là della propaganda, l’Isis costituisce o no una minaccia sul fronte cyber? Proviamo a rispondere ad alcune di queste domande, tenendo presente che ci troviamo di fronte a uno scenario ancora molto incerto e mutevole.

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Sep 21 2014

Internet passa da qui. Cavi e geopolitica della Rete

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Il Mediterraneo è diventato lo snodo globale dei cavi che trasportano i dati in tutto il mondo: ed è una grande occasione per l’Italia. Mentre lo scandalo del Datagate cambia le strategie dei governi preoccupati dallo spionaggio degli Stati Uniti.

Un “tubo” a prova di denti di squalo. Lo ha annunciato Google qualche tempo fa , descrivendo un suo recente investimento da 300 milioni di dollari in un sistema di cavi sottomarini in fibra ottica che unirà la West Coast americana col Giappone, facendo scorrere traffico Internet e telefonico in una autostrada che può arrivare a una capacità di 60 Terabit per secondo, ovvero 10 milioni di volte più veloce di una connessione casalinga. I “tubi” che trasporteranno tutti questi dati saranno avvolti da un guscio simile al kevlar, la fibra ultraresistente usata anche nei giubbotti antiproiettile o negli aeroplani. In questo modo saranno al sicuro dai morsi degli squali, che sarebbero attratti dal campo elettromagnetico prodotto dai cavi.

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Aug 24 2014

Ferguson, Twitter e la nascita di un movimento globale?

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Quanto successo (e sta succedendo) a Ferguson è interessante per almeno 3 ragioni dal punto di vista della comunicazione e dell’attivismo. 1) Per come i social hanno diffuso informazioni sul campo e organizzato proteste  2) per come hanno costruito una contronarrazione formidabile alla storia e all’immaginario proposto inizialmente dal blocco autorità/media mainstream (basti pensare alla contrapposizione tra i poliziotti buoni proposti dalle serie tv e i robocop che urlavano di andare a quel paese ai manifestanti a Ferguson; ma anche alla critica, divenuta campagna virale spontanea, della foto della vittima usata dai media) 3) per come le proteste a Ferguson hanno avuto una sponda internazionale, da Gaza a Gezi all’Ucraina, ricollegandosi a quello che sembra ormai la testa di un vero movimento globale. Significativo il fatto che per la prima volta questo movimento si sia mosso in direzione opposta alla solita (che andava dalle “democrazie” ai regimi mediorientali o dell’Est).

Si potrebbe aggiungere anche il dibattito sul diverso ruolo giocato da Twitter/Facebook, e la riflessione su quanto la neutralità di una piattaforma (anche nel senso dell’algoritmo) possa incidere sulla democrazia.


Aug 12 2014

From Indignados to Reddit, Podemos roadmap to political success

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It has been called “a radical left sensation”; a “fledgling party” born out of the ashes of the Indignados (“the outraged”) or 15-M movement; and “the new-kid-on-the-block” whose success is yet another example of modern technopolitics or, as some experts have put it, “the power of the connected multitudes.”

Podemos (“We Can”), a new Spanish party established in March 2014, disrupted their nation’s political scene when it swept up five seats out of 54 and 1.2 million votes (8% of the total) in the European elections in May even though it was only 100-days-old. With 704,585 likes on Facebookand 321,000 followers on Twitter, it has more online fans than any other Spanish political party.

Founded by left-wing academics, and led by a 35-year-old political science lecturer, Pablo Iglesias, Podemos’ platform strongly advocates for anti-corruption and transparency measures, is supportive of participatory democracy and critical of the two main parties – the PP (the center-right People’s Party) and the PSOE (the Socialist Party) – as well as the government’s austerity measures. As Iglesias told the Guardian, Podemos is about “citizens doing politics.”

Iñigo Errejón, a researcher at the Complutense University of Madrid, and the coordinator of Podemos’ electoral campaign, tells techPresident, “The rise of Podemos is about their new way of reading and articulating widespread citizen discontent, which had previously surfaced within the 15-M movement.”

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