Oct 16 2014

Allerta Anticorruzione, il sito di soffiate contro il malaffare

Allerta Anticorruzione, il sito anonimo per denunciare il malaffare

Il nemico pubblico numero uno dell’Italia resta, ancora nel 2014, la corruzione. Un fenomeno endemico, capillare e difficile da contrastare perché, come ha dichiarato ancora recentemente l’ex-pm del pool Mani Pulite, attualmente giudice di Cassazione, Piercamillo Davigo, all’InsolvenzFest di Ferrara, “le attività corruttive producono situazioni assimilabili all’omertà”

Da oggi però qualcuno prova ad usare uno strumento in più per bucare il muro di gomma della corruzione, stimolando i cittadini e i dipendenti pubblici e privati a segnalare fatti illeciti. Transparency International Italia , la sede tricolore di una Ong globale nata negli anni ’90 e specializzata nella lotta alla corruzione e nella promozione di una cultura della trasparenza, ha infatti lanciato una piattaforma online per segnalare malversazioni. “ Allerta Anticorruzione – ALAC ” è un servizio web che intende raccogliere in modo anonimo e protetto le segnalazioni dei cittadini, testimoni o vittime di casi di corruzione in Italia.

Oct 16 2014

Così si viola un account Apple

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Un intero ciclo di vita di un’operazione di phishing. Dall’individuazione della minaccia su degli account mail civetta sparsi fra Europa e Stati Uniti, all’analisi di come sono sottratti i dati attraverso un finto messaggio mail di Apple, all’investigazione a ritroso per individuare chi e come gestisce l’operazione, passando per un sito di un professionista indiano che ospita inconsapevolmente il malware e infine arrivando a una traccia che porta a un ragazzo tunisino. Ecco riassunto il giro del mondo con il phishing, compiuto da una società di cybersicurezza italiana, Tiger Security, che da sola ha individuato sia la minaccia che l’origine della stessa, descritta poi in un report in uscita questa mattina che Wired ha potuto visionare in anteprima.

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Oct 7 2014

Intervista con OpenBazaar, l’eBay incensurabile

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Quello che non ti uccide ti rende più forte”. Così proclamava Amir Taaki mentre, al Toronto Bitcoin Expo 2014, svelava il prototipo di un progetto apparentemente eversivo: DarkMarket, un sito di commercio online decentralizzato. Detto in altri termini, la rinascita di Silk Road, ma senza le sue debolezze. E quindi un mercato nero dove vendere qualsiasi cosa – incluse armi o droghe – quasi impossibile da tirare giù.

Taaki, che ha solo 26 anni, è un personaggio da romanzo della comunità digitale. Imprenditore e sviluppatore di origini britannico-iraniane, è insieme un punto di riferimento e unafigura scomoda della comunità bitcoin. Troppo radicale, secondo alcuni. O, semplicemente, troppo esplicito, poiché dice quello che altri si limitano a pensare.

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Oct 7 2014

La Corea del Sud censura? Le app crypto si impennano

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Ormai è chiaro: se un governo vuole promuovere l’adozione di tecnologia innovativa tra i cittadini e una più ampia diffusione di capacità tecniche nella popolazione deve censurare qualcosa. E’ accaduto in Turchia quando Erdogan ha censurato Twitter e YouTube, provocando un’impennata dell’utilizzo di Vpn e Tor. Sta accadendo ad Hong Kong dove i dimostranti usano la app FireChat (che però non cripta ed ha dei problemi di sicurezza) per tenersi in contatto attraverso reti mesh decentralizzate e incensurabili. E avviene ora in Corea del Sud, dove la decisione della presidente Park Geun-hye di reprimere la manifestazione del dissenso online, a causa di alcuni insulti ricevuti e di false voci tese a “dividere la società” (di nuovo tornano in mente i proclami di Erdogan), ha determinato – riferisce AP –  un improvviso interesse dei coreani verso Telegram, la nota app di origine tedesca per scambiarsi messaggi criptati.

Una investigazione del ministero della Giustizia su voci ritenute infondate su governo e presidente ha portato al lancio di un team per monitorare l’informazione online. Chiunque posti o passi informazioni ritenute false rischia una incriminazione. In teoria il monitoraggio dovrebbe avvenire solo su post pubblici, non sui messaggi privati. Ma evidentemente molti coreani non si fidano, e anche a causa di alcune vicende che hanno coinvolto la piattaforma di messaging più usata Kakao Talk, temono il giro di vite sulle comunicazioni digitali.

E Telegram corre ai ripari.

Dobbiamo sperare in qualche censura nostrana per far avanzare la digitalizzazione del Paese?


Oct 2 2014

FireChat, Hong Kong e la rivoluzione degli ombrelli

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Un paese due sistemi”. L’espressione che sintetizza il delicato rapporto fra Hong Kong e la Cina continentale vale una volta di più anche per la Rete. Mentre i giovani della “rivoluzione degli ombrelli”, che da dieci giorni stanno manifestando per il centro dell’ex-colonia britannica contro la pretesa di Pechino di decidere chi possano eleggere, non sembrano intenzionati a smobilitare, anzi, chiedono a gran voce le dimissioni del governo locale, il governo della Repubblica popolare reagisce come sa fare. A partire dalla censura.

Così in questi giorni il sito di Yahoo! è diventato inaccessibile in molte parti della Cina, ha segnalato Greatfire.org, un gruppo che monitora il Great Firewall, il sistema di filtraggio cinese. Mentre, sempre nel continente, a partire dal 28 settembre saltava pure Instagram , che negli ultimi tempi era diventato molto popolare fra i cinesi, anche in considerazione del fatto che molti social network stranieri sono censurati, a partire da Facebook, Twitter, YouTube, Snapchat.

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Oct 2 2014

No, Ello non ci salverà da Facebook

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Qualunque cosa si pensi di Ello, un nuovo social network presentato come una sorta di anti-Facebook, un dato è certo: è riuscito a conquistare il centro dell’attenzione mediatica. Per una piattaforma ancora in beta e a inviti, nata – vuole la vulgata – come il social network privato di un manipolo di artisti e designer, e apparentemente contraria al modello di business basato sulla pubblicità e sulla rivendita dei dati degli utenti, è una impresa considerevole.

Non tutti però condividono l’entusiasmo per Ello e soprattutto per le sue promesse. E non tutti pensano che possa rappresentare davvero non solo un potenziale sostituto di Facebook, ma anche una mera visione alternativadell’ecosistema creato da Zuckerberg. Cerchiamo di capire perché.

Lanciato a luglio, creato da un gruppo di creativi tra cui Paul Budnitz – già fondatore di una azienda che produce biciclette innovative ed eleganti – accessibile ancora su invito (ogni nuovo iscritto ne ha cinque da distribuire agli amici, ma si può anche inoltrare una richiesta), Ello si propone come un social network visivamente curato, minimalista, “bello” e privo di pubblicità. Attento alla privacy degli utenti. Opposto a Facebook. Con una esperienza d’uso a metà tra Twitter e lo stesso social di Zuckerberg.

Negli ultimi giorni, le richieste di iscrizioni di nuovi utenti hanno toccato punte di 40mila all’ora, anche traendo vantaggio della spinta promozionale provocata dall’insoddisfazione dellacomunità LGBT verso le rigide politiche di Facebook sulle identità dichiarate nei profili. Dopo una prima ondata dientusiasmo generalizzato sui media, cominciano però a emergere molti dubbi e critiche. Non solo sui problemi difunzionamento della piattaforma, che sono molti – a partire dalla impossibilità di usare funzioni fondamentali come la ricerca – , non solo sulle probabilità di successo e di adozione di massa di questo social, ma anche sulla stessa filosofiapropagandata dai suoi fondatori.

La prima polemica è stata sul capitale di ventura. Il blogger tech Andy Baio ha notato – e verificato i dati con la SEC (la Consob americana) – che Ello ha raccolto 435mila dollari dalla società di venture capital FreshTracks Capital. Il che ha sollevato due problemi: primo, perché questo finanziamentonon era menzionato nelle FAQ di Ello, visto che uno dei valori sbandierati è la trasparenza? Secondo, la presenza di un simile investimento non getta forse delle ombre sui propositi “alternativi” della piattaforma?

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