Dec 30 2015

Sorveglianza, hacker, privacy, diritti: di cosa ho scritto nel 2015

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Ho raccolto qua una selezione di articoli che ho scritto nel 2015. Non sono tutti ma rappresentano abbastanza quello di cui mi sono occupata, come cronista, in questo anno (in cui ho avuto l’onore di ricevere un premio dalla Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili sul tema delle libertà civili come giornalista).

Così il tuo smartphone sa tutto di te, e del tuo futuro

Hacker, intelligence, propaganda: la difficile caccia all’Isis online

Taglie, broker, Stati: chi sono i mercanti di attacchi informatici

PlayStation, Bitcoin, app: così Internet è diventata il capro espiatorio di Parigi

L’irresistibile ascesa delle droghe in Rete

Silk Road: fine della strada

Sulla saga Hacking Team:

E poi ancora:

La Rete è in guerra: e il giornalismo sarà la prima vittima #ijf15

Così l’UK spierà l’attività online degli utenti

La sentenza della Corte Ue sulla privacy spiegata in 10 punti

Perché la serie tv Mr. Robot fa impazzire gli hacker

Venduto 4chan, il forum più controverso e prolifico del Web

Mamma, devo fare i compiti di coding

 

 


Dec 3 2014

Social media e giornalismo: di cosa ho parlato

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Ho messo online le slide (le trovate qua) del seminario di formazione per giornalisti, nell’ambito della famosa formazione obbligatoria della categoria, che ho tenuto a Torino lo scorso novembre.

Le slide di per sé dicono poco, ma siccome contengono riferimenti a siti e servizi possono essere comunque utili.

Tre sono state le parti trattate nel seminario, che è durato tre ore:

– una prima parte su come i social media cambiano i rapporti di potere nell’ecosistema informativo (caso Ferguson, tam tam dai social e contronarrazione dal basso)

social meda e giornalismo WORKSHOP STAMPA(1)

– una seconda parte sugli strumenti per gestire al meglio, come giornalisti, i social media e la Rete, a partire dalla verifica dei contenuti  (qui sotto l’esempio di Open Newsroom, la pagina su GooglePlus gestita da Storyful)

social meda e giornalismo WORKSHOP STAMPA(2)

– una terza parte sul ruolo dei social media editor e su come le testate possono relazionarsi con gli utenti, cercando nuove formule e alleanze

social meda e giornalismo WORKSHOP STAMPA(4)

Per qualsiasi chiarimento contattatemi.

social meda e giornalismo WORKSHOP STAMPA(3)


Nov 27 2014

Una campagna per demonizzare i social network?

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C’è una campagna coordinata dei governi UK e USA per demonizzare i social media facendoli passare per “fiancheggiatori” dei terroristi nel momento in cui non agiscono, attraverso un controllo preventivo, sulle comunicazioni o i dati relativi ai loro utenti, sostiene il giornalista Glenn Greenwald, già vincitore morale (attraverso la testata Guardian) del Pulitzer per gli scoop sul Datagate.

L’obiettivo di questa campagna sarebbe fermare il cambio di rotta preso dalle maggiori aziende tech dopo lo scandalo delle rivelazioni Snowden quando le varie Google, Facebook ecc, dopo aver collaborato a vario titolo con la NSA, si sono rese conto del profondo danno d’immagine, e quindi di business, cui sarebbero andate incontro e sono corse ai ripari (pur non avendo risolto tutte le precedenti contraddizioni). E in alcuni casi hanno preso misure anche eclatanti, come l’adozione di sistemi di cifratura molto mal digeriti dalle aziende di intelligence, perché, pur non essendo una soluzione definitiva, mettono comunque i bastoni fra le ruote a una sorveglianza di massa e alla raccolta di dati a tappeto.

Per altro, nota Greenwald, ancora una volta, osservando il caso di un attentato avvenuto in Gran Bretagna nel 2013, ci si accorge di come questa raccolta a tappeto, bulimica, di dati e comunicazioni finisca con l’appesantire le capacità di indagine delle agenzie qualora sia necessario individuare davvero dei pericoli.

In pratica le agenzie che raccolgono tutti questi dati non capiscono bene neanche quello che mettono da parte, perché oberate, scrive ancora Greenwald, dalle comunicazioni di milioni di persone innocenti, o a spiare chi visita il sito di WikiLeaks, o ancora a infettare e dossare reti di hacktivisti (ne scrissi qua)e via dicendo.

Spero che Greenwald si sbagli e che non si tratti di una campagna coordinata ma delle reazioni convulse di un establishment che vede vacillare un sistema macchinoso e che avrebbe dovuto essere solo all’inizio. In ogni caso, è un articolo da tenere a mente, specie in tempi di ISIS. Più in generale, ogni volta che qualcuno contrappone o giustappone la sicurezza nazionale alla libertà di espressione o al diritto alla privacy, meglio alzare subito le antenne.

 


Nov 17 2014

Va’ dove ti porta la Rete

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(di seguito la traccia del mio intervento sul tema Le comunità digitali: come funzionano, come dialogano, come collaborare con esse, tenutosi a GlocalNews 2014.  Qua ci sono anche le slide)

La BBC ha lanciato un account su Whatsapp per informare le persone sull’Ebola, in particolare chi vive in Africa occidentale, la regione maggiormente colpita dall’epidemia. La scelta di Whatsapp non è un vezzo: è la app di chat più popolare nella regione. La usi dal telefonino. E’ facile, immediata e sempre con te. Basta iscriversi a un numero apposito della BBC e si riceveranno una serie di alert giornalieri, informazioni ecc. E’ un servizio gratuito. L’idea è di usare quel canale per informare ed educare le persone con testi, immagini ma anche audio, in francese e inglese.

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Non è la prima volta che la BBC sperimenta con Whatsapp: lo aveva già fatto per le elezioni in India, con un account in hindi e inglese. Aveva anche provato ad avere reazioni immediate alle notizie diffuse in quel modo chiedendo di rispondere con un emoticon.

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E poi ci sono i giornalisti che vanno su Reddit. Reddit è un sito – la prima pagina di internet – dove gli utenti postano link e notizie, le votano e commentano, e in quel modo danno loro priorità. Per una serie di ragioni – viralità, tipo di utenti, meccanismo del sito, divisione per argomenti – Reddit è un’ottima fonte per giornalisti. Ma è anche una piazza dove andare a interagire. Reddit ha un format particolare, AMA, ask me anything, dove gli utenti fanno domande di qualsiasi tipo a una persona. L’unica mediazione sono i voti degli utenti. E’ un format usato da star, politici, partiti come Podemos. E ora anche i giornalisti cominciano  a usarlo.

Il punto è dunque andare dove sono gli utenti. Il che non è scontato, e non è scontato come farlo. Bisogna utilizzare il linguaggio di quella specifica piattaforma ma continuando a essere se stessi. Per capirci: Facebook non può essere usato come una sorta di sistema per mandare dispacci dalla redazione. Ma non si dovrebbe neanche inseguire l’idea che se si sta sui social allora vale tutto. I social media rischiano di peggiorare la tendenza al trash dei media, tendenza che era già presente sulle testate sia di carta che online (pensiamo ai famosi boxini morbosi). Ma una volta che si danno certi contenuti in pasto agli utenti sui social, le reazioni e i cortocircuiti sono più forti. In un certo senso è probabilmente meglio così perché si possono toccare con mano gli effetti – psicologici e sociali – di un certo tipo di informazione di massa.

C’è una frase che ogni social media editor di quotidiani conosce bene, ed è: Ah ma non è Lercio. Lercio è la nota testata satirica di notizie trash inventate. Questa frase è usata dagli utenti sotto articoli veri ma trash postati dai quotidiani. E’ un modo per dire che non si vuole ricevere quel tipo di informazoone sensazionalistica, stupida e in ultima analisi inutile, anche se sul momento può attirare clic, perché agisce su meccanismi psicologici molto elementari.

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Una delle cose che più mi stupiva, quando sono stata social media editor in un quotidiano, è la diversa reazione che un articolo sembrava ottenere su Facebook rispetto al sito. Una fotogallery o una notizia molto leggera che era capace di richiamare molti clic, su Facebook veniva bastonata. Gli utenti, anche quando non lo esplicitavano, di fatto ti chiedevano: perché ci state dando queste cose? Vogliamo qualcosa di diverso, qualcosa di più serio, di più connesso alla nostra vita. Ovviamente ogni testata ogni pubblico e ogni situazione è un caso a sé. E non sto dicendo che certe storie non vadano pubblicate, ma sto usando questo esempio per far capire come le interazioni con il pubblico facciano emergere delle esigenze e una realtà che troppo spesso i media hanno ignorato, nel senso che proprio non ne concepivano neanche l’esistenza. Ma la ricerca di senso nell’informazione propagata dai media mi sembra un dato universale, soprattutto se l’obiettivo di una testata è avere un pubblico, o addirittura creare una comunità,  e non intercettare traffico casuale.

Molti giornali e redazioni non sono preparati a tutto ciò. Probabilmente in Italia il fenomeno è ancora più marcato per una serie di ragioni storiche, per un contesto in cui i cittadini sono particolarmente insoddisfatti dei politici e della politica, ma anche dei giornalisti. Ricordiamoci sempre che l’espressione casta è spesso estesa anche al mondo del giornalismo, in maniera involontariamente comica se si pensa alla quantità di persone che oggi lavorano in questo mondo in condizioni precarie e disagiate. Ma l’associazione col concetto di casta, che porta con sé anche l’idea di arroccamento nella torre d’avorio, c’è stata e ha anche le sue ragioni. Avete mai provato a contattare un giornale? A far arrivare una reazione o un messaggio? In genere non si sa da che parte cominciare, che canali usare. E alla fine sulla sua pagina Facebook o i suoi messaggi si riversa di tutto. E’ la breccia della fortezza giornale, è la prima linea del giornalismo. Ed è qui che si riversano spesso le frustrazioni contro il giornale.

C’è molta letteratura su quello che funziona sui social media, quello che crea engagement, e ci sono alcune cose che funzionano a livello generale. Ma il punto è capire chi sono i tuoi lettori e cosa si aspettano da te. Anche perché gli stessi lettori ma anche i loro comportamenti cambieranno in base a quello che il giornale fa.

A volte un social media editor rischia di sentirsi un po’un apprendista stregone: scopre che un certo tema fa impazzire i propri utenti, che so una certa polemica politica, e la sfrutta. Magari si accorge anche che così gli utenti litigano più fra di loro che con il giornale. Ma è davvero questo il tuo obiettivo come testata?
Allora la prima domanda è: come posso andare incontro alle aspettative reali dei miei lettori? E la seconda è: come costruire una comunità su queste?

Il che ci porta anche a domandarci cosa dovrebbe essere un social media editor.

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Oggi oscilla tra l’essere il soldato in trincea, senza armi, senza visione, e senza possibilità di dire nulla sulla strategia decisa dai generali, e il dottor Stranamore 2.0.
Oggi in genere viene percepito come un manager da chi lo incarica (far crescere Likes, ottica produttivistica, un po’ come il PIL, non importa se cresce perché ci tocca bonificare quello che abbiamo inquinato o per l’economia criminale, l’importante è crescere); lui si percepisce o almeno vorrebbe essere percepito come un community maker; il pubblico lo percepisce come un public editor, uno a cui rivolgersi per le magagne del giornale o dei suoi colleghi.

Quello del public editor è un ruolo introdotto dal NYT in cui un giornalista ascolta quello che hanno da dire i lettori, riporta le loro voci alla redazione e difende le ragioni del lettore.

Penso che oggi un social media editor sia nella migliore posizione per essere anche un public editor, almeno in quei giornali dove non esiste quella figura. E anche un community maker. Ma ha bisogno di avere il potere di esercitare questi ruoli e spesso non ce l’ha. Oggi rischia di essere un collettore di frustrazioni ed è la ragione per cui a volte inspiegabilmente i social media editor sbottano in modo incontrollato creando quei famosi case study, quelli in cui non si vorrebbe mai finire. A volte è mancanza di professionalità, ma altre volte è davvero logoramento.

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Inoltre penso che sia necessario – e qui mi ricollego agli esempi che ho fatto all’inizio – uscire dalla prigione dorata di Facebook. Dobbiamo smetterla di pensare che si possa interagire con gli utenti solo via Facebook. E’ chiaro lì ci stanno moltissimi utenti, e in Italia Facebook è una fonte importante di traffico per i siti online. Ma vari studi mostrano che chi arriva via Facebook su un sito passa meno tempo e consuma meno pagine di chi ci arriva direttamente. Dati Pew: i visitatori arrivati su un sito di notizie direttamente ci stanno 3 volte tanto rispetto a chi ci arriva via Facebook o via motori di ricerca.

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I giornali poi hanno delegato le interazioni a Facebook perché è più comodo, perché non volevano curare i commenti sui loro siti. In verità anche su questo social devi moderare i commenti se non vuoi far degenerare quello spazio. Ma, diversamente da una tua piattaforma, non hai il controllo.

Quindi torniamo al povero social media editor. Allo stato attuale non ha controllo su quasi nulla: non sulla piattaforma; non sulla linea editoriale; non sul modo in cui gli articoli sono concepiti e sviluppati.

Mentre ormai anche gli articoli andrebbero pensati alla luce dell’interazione e condivisione, fin dal momento in cui si sottopone una storia. Altrimenti quello che arriva alla fine del processo sulla pagina social sarà qualcosa che aggiungerà poco valore per gli utenti, o arriverà a un engagement superficiale.

Forse dovremmo iniziare a pensare out of the box. E intendo fuori dai social media usuali. Sappiamo che non possiamo tornare indietro alla sezione commenti in fondo agli articoli, che a parte alcune eccezioni sono una specie di fossa dei leoni. Tanto che molte pubblicazioni hanno deciso di toglierli. Eppure il 70 per cento degli editori/direttori americani dava valore ai commenti. Allora come valorizzarli? Ci sono tentativi di migliorare il sistema dei commenti e dei contributi dei lettori: la Knight Foundation ha investito  quasi 4 milioni di dollari per aiutare The New York Times, The Washington Post e Mozilla a creare una piattaforma open source di coinvolgimento della comunità.
Alcuni giornali, come lo Spokesman-Review di Washington, hanno tolto i commenti dalle storie nazionali che attiravano interventi polarizzati e improduttivi, e li hanno messi sotto storie locali, però muovendoli in una pagina di discussione separata. L’idea è di incoraggiare un discorso costruttivo e civile su questioni locali, che interessino ai cittadini di una regione. Ci sono poi piattaforme per commenti come Disqus che cercano di incoraggiare contributi di qualità. Votare, dare priorità a contenuti, dare responsabilità ai lettori sono tutti incentivi per migliorare la conversazione.

E per arrivare a quel santo graal dell’engagement. Che non è, da parte del lettore, mettere Like. Ma fare qualcosa: inviare un consiglio, una segnalazione, indicare un errore, contribuire a una storia. Qualcosa che alla fine renderà più interessanti i contenuti e l’informazione di una testata. Che gli farà passare più tempo sulla testata. Che creerà un legame tra il lettore e la testata. Che forse cambierà qualcosa nella comunità del lettore.

Una delle missioni del giornalismo è informare per cambiare le cose che non vanno. To make a change, to make a difference. Parte di quel cambiamento nasce e si sviluppa a partire dalla relazione con gli utenti. Se si ha chiaro questo obiettivo, gli strumenti arriveranno.


Oct 16 2014

Allerta Anticorruzione, il sito di soffiate contro il malaffare

Allerta Anticorruzione, il sito anonimo per denunciare il malaffare

Il nemico pubblico numero uno dell’Italia resta, ancora nel 2014, la corruzione. Un fenomeno endemico, capillare e difficile da contrastare perché, come ha dichiarato ancora recentemente l’ex-pm del pool Mani Pulite, attualmente giudice di Cassazione, Piercamillo Davigo, all’InsolvenzFest di Ferrara, “le attività corruttive producono situazioni assimilabili all’omertà”

Da oggi però qualcuno prova ad usare uno strumento in più per bucare il muro di gomma della corruzione, stimolando i cittadini e i dipendenti pubblici e privati a segnalare fatti illeciti. Transparency International Italia , la sede tricolore di una Ong globale nata negli anni ’90 e specializzata nella lotta alla corruzione e nella promozione di una cultura della trasparenza, ha infatti lanciato una piattaforma online per segnalare malversazioni. “ Allerta Anticorruzione – ALAC ” è un servizio web che intende raccogliere in modo anonimo e protetto le segnalazioni dei cittadini, testimoni o vittime di casi di corruzione in Italia.

Oct 16 2014

Così si viola un account Apple

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Un intero ciclo di vita di un’operazione di phishing. Dall’individuazione della minaccia su degli account mail civetta sparsi fra Europa e Stati Uniti, all’analisi di come sono sottratti i dati attraverso un finto messaggio mail di Apple, all’investigazione a ritroso per individuare chi e come gestisce l’operazione, passando per un sito di un professionista indiano che ospita inconsapevolmente il malware e infine arrivando a una traccia che porta a un ragazzo tunisino. Ecco riassunto il giro del mondo con il phishing, compiuto da una società di cybersicurezza italiana, Tiger Security, che da sola ha individuato sia la minaccia che l’origine della stessa, descritta poi in un report in uscita questa mattina che Wired ha potuto visionare in anteprima.

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Oct 7 2014

Intervista con OpenBazaar, l’eBay incensurabile

openbazaar

Quello che non ti uccide ti rende più forte”. Così proclamava Amir Taaki mentre, al Toronto Bitcoin Expo 2014, svelava il prototipo di un progetto apparentemente eversivo: DarkMarket, un sito di commercio online decentralizzato. Detto in altri termini, la rinascita di Silk Road, ma senza le sue debolezze. E quindi un mercato nero dove vendere qualsiasi cosa – incluse armi o droghe – quasi impossibile da tirare giù.

Taaki, che ha solo 26 anni, è un personaggio da romanzo della comunità digitale. Imprenditore e sviluppatore di origini britannico-iraniane, è insieme un punto di riferimento e unafigura scomoda della comunità bitcoin. Troppo radicale, secondo alcuni. O, semplicemente, troppo esplicito, poiché dice quello che altri si limitano a pensare.

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Oct 7 2014

La Corea del Sud censura? Le app crypto si impennano

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Ormai è chiaro: se un governo vuole promuovere l’adozione di tecnologia innovativa tra i cittadini e una più ampia diffusione di capacità tecniche nella popolazione deve censurare qualcosa. E’ accaduto in Turchia quando Erdogan ha censurato Twitter e YouTube, provocando un’impennata dell’utilizzo di Vpn e Tor. Sta accadendo ad Hong Kong dove i dimostranti usano la app FireChat (che però non cripta ed ha dei problemi di sicurezza) per tenersi in contatto attraverso reti mesh decentralizzate e incensurabili. E avviene ora in Corea del Sud, dove la decisione della presidente Park Geun-hye di reprimere la manifestazione del dissenso online, a causa di alcuni insulti ricevuti e di false voci tese a “dividere la società” (di nuovo tornano in mente i proclami di Erdogan), ha determinato – riferisce AP –  un improvviso interesse dei coreani verso Telegram, la nota app di origine tedesca per scambiarsi messaggi criptati.

Una investigazione del ministero della Giustizia su voci ritenute infondate su governo e presidente ha portato al lancio di un team per monitorare l’informazione online. Chiunque posti o passi informazioni ritenute false rischia una incriminazione. In teoria il monitoraggio dovrebbe avvenire solo su post pubblici, non sui messaggi privati. Ma evidentemente molti coreani non si fidano, e anche a causa di alcune vicende che hanno coinvolto la piattaforma di messaging più usata Kakao Talk, temono il giro di vite sulle comunicazioni digitali.

E Telegram corre ai ripari.

Dobbiamo sperare in qualche censura nostrana per far avanzare la digitalizzazione del Paese?


Oct 2 2014

FireChat, Hong Kong e la rivoluzione degli ombrelli

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Un paese due sistemi”. L’espressione che sintetizza il delicato rapporto fra Hong Kong e la Cina continentale vale una volta di più anche per la Rete. Mentre i giovani della “rivoluzione degli ombrelli”, che da dieci giorni stanno manifestando per il centro dell’ex-colonia britannica contro la pretesa di Pechino di decidere chi possano eleggere, non sembrano intenzionati a smobilitare, anzi, chiedono a gran voce le dimissioni del governo locale, il governo della Repubblica popolare reagisce come sa fare. A partire dalla censura.

Così in questi giorni il sito di Yahoo! è diventato inaccessibile in molte parti della Cina, ha segnalato Greatfire.org, un gruppo che monitora il Great Firewall, il sistema di filtraggio cinese. Mentre, sempre nel continente, a partire dal 28 settembre saltava pure Instagram , che negli ultimi tempi era diventato molto popolare fra i cinesi, anche in considerazione del fatto che molti social network stranieri sono censurati, a partire da Facebook, Twitter, YouTube, Snapchat.

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Oct 2 2014

No, Ello non ci salverà da Facebook

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Qualunque cosa si pensi di Ello, un nuovo social network presentato come una sorta di anti-Facebook, un dato è certo: è riuscito a conquistare il centro dell’attenzione mediatica. Per una piattaforma ancora in beta e a inviti, nata – vuole la vulgata – come il social network privato di un manipolo di artisti e designer, e apparentemente contraria al modello di business basato sulla pubblicità e sulla rivendita dei dati degli utenti, è una impresa considerevole.

Non tutti però condividono l’entusiasmo per Ello e soprattutto per le sue promesse. E non tutti pensano che possa rappresentare davvero non solo un potenziale sostituto di Facebook, ma anche una mera visione alternativadell’ecosistema creato da Zuckerberg. Cerchiamo di capire perché.

Lanciato a luglio, creato da un gruppo di creativi tra cui Paul Budnitz – già fondatore di una azienda che produce biciclette innovative ed eleganti – accessibile ancora su invito (ogni nuovo iscritto ne ha cinque da distribuire agli amici, ma si può anche inoltrare una richiesta), Ello si propone come un social network visivamente curato, minimalista, “bello” e privo di pubblicità. Attento alla privacy degli utenti. Opposto a Facebook. Con una esperienza d’uso a metà tra Twitter e lo stesso social di Zuckerberg.

Negli ultimi giorni, le richieste di iscrizioni di nuovi utenti hanno toccato punte di 40mila all’ora, anche traendo vantaggio della spinta promozionale provocata dall’insoddisfazione dellacomunità LGBT verso le rigide politiche di Facebook sulle identità dichiarate nei profili. Dopo una prima ondata dientusiasmo generalizzato sui media, cominciano però a emergere molti dubbi e critiche. Non solo sui problemi difunzionamento della piattaforma, che sono molti – a partire dalla impossibilità di usare funzioni fondamentali come la ricerca – , non solo sulle probabilità di successo e di adozione di massa di questo social, ma anche sulla stessa filosofiapropagandata dai suoi fondatori.

La prima polemica è stata sul capitale di ventura. Il blogger tech Andy Baio ha notato – e verificato i dati con la SEC (la Consob americana) – che Ello ha raccolto 435mila dollari dalla società di venture capital FreshTracks Capital. Il che ha sollevato due problemi: primo, perché questo finanziamentonon era menzionato nelle FAQ di Ello, visto che uno dei valori sbandierati è la trasparenza? Secondo, la presenza di un simile investimento non getta forse delle ombre sui propositi “alternativi” della piattaforma?

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